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11 Dicembre 2019
14:00

Wilma Rudolph, la campionessa in velocità che non poteva camminare

Colpita durante l'infanzia dalla poliomelite, Wilma Rudolph non ha mai smesso di pensare di poter tornare a camminare e di potersi liberare dei ferri che era costretta a portare alle gambe. Così è diventata una campionessa nell'atletica leggera, la gazzella nera che la vinto tre medaglie d'oro alle Olimpiadi di Roma del 1960.

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Wilma Rudolph, la campionessa in velocità che non poteva camminare
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Alta, slanciata e velocissima. Non poteva che essere soprannominata la “gazzella nera”, la prima donna al mondo a scendere sotto la barriera dei 23’’ nei 200 metri (22’’9). Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che potesse arrivare a conquistare tali risultati, perché nessuno pensava che neppure potesse riprendere a camminare, fatta eccezione per sua madre.

Wilma Rudolph nasce nel 1940 a St. Betlemme, una frazione della città di Clarksville, nel Tennesse. Suo padre Ed è impiegato come facchino nelle ferrovie, sua madre Blanche, lavora come cameriera nell’abitazione di una famiglia bianca. All’età di 4 anni Wilma contrae la poliomielite. Visti i tempi, la difficoltà è anche trovare un ospedale che sia disposto a curare un bambino di pelle nera: appena fuori Nashville, il Meharry Hospital è la sua unica speranza, qui infatti lavora un'equipe di medici di colore.

Dentro ognuno di noi c’è il seme di una potenzialità che ci può rendere grandi.
Wilma Rudolph

Sono necessari diversi anni, ma Wilma guarisce definitivamente dalla sua malattia. Per poter camminare, deve tuttavia indossare un supporto lungo le gambe fino ai 9 anni, per poi passare ad una scarpa ortopedica. Grazie al sostegno della madre e dei tanti fratelli (ne aveva 21!), Wilma si mantiene in esercizio.

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Al centro Wilma Rudolph, dopo aver vinto una medaglia d’oro

"Il medico disse a mia madre che non avrei più camminato – ha raccontato Wilma Rudolph nella sua autobiografia "Wilma Rudolph on Track"ma mia madre non ci volle credere e mi disse che sarei guarita. Finii per credere a mia madre".

Intorno agli 11 anni Wilma può finalmente abbandonare la scarpa ortopedica e sfidare in strada i ragazzini del quartiere nel salto e nella corsa. Grazie al sostegno della famiglia e al suo spirito indomito, Wilma dimostra giorno dopo giorno di potersi liberare di qualsiasi costrizione ortopedica e di poter riprendere a camminare normalmente.

Così, in poco tempo entra a far parte della squadra di basket della Burt High School. Qui l’allenatore Ed Temple nota le sue incredibili doti atletiche e la indirizza verso l’atletica leggera. È solo questione di tempo. Ai Giochi Olimpici di Melbourne del ‘56, all’eta di soli 16 anni, Wilma vince una medaglia di bronzo correndo nella staffetta 4×100. Di ritorno a scuola Wilma Rudolph mostra ai compagni di classe la sua medaglia e racconta: "Se la passarono di mano in mano per vedere come fosse fatta. Quando è ritornata nelle mie mani era piena di impronte. Allora ho cominciato a lucidarla. Ma ho scoperto che il bronzo non brilla. Così ho deciso che avrei dovuto aspettare 4 anni e puntare direttamente all’oro".

La sua carriera sportiva viene consacrata nel 1960 quando Wilma Rudolph partecipa ai Giochi Olimpici di Roma e conquista tre medaglie d'oro. In questa occasione la stampa italiana dà molto spazio ai risultati della giovane atleta statunitense ( e anche ad una lovestory presenta con l'atleta italiano Livio Berruti), sottolineando anche la sua vittoria contro la poliomelite che da bambina aveva minacciato di renderla invalida per tutta la vita.

Nel 1962, ancora giovanissima, Wilma lascia la carriera sportiva per diventare un'allenatrice e una telecronista sportiva e per dedicarsi ai suoi quattro figli avuto dal matrimonio con Robert Eldridge nel '63.

Con il segno zodiacale dei Gemelli, non potevo avere come unica passione quella della scrittura. Al piacere di spingere freneticamente tasti sul computer ho così aggiunto nel tempo l'interesse per il rispetto dell'ambiente e la salvaguardia degli animali, la passione per l'eco-design e tutto ciò che è bioarchitettura. Lo slancio di stupore che provo ogni volta che un progetto di verde urbano rende più bella la mia città, mi spinge a coltivare ancora più piante e fiori sul terrazzo di casa (ma mi definisco ancora un pollice verde in erba). Giornalista e mamma di due adorabili pesti, quando non lavoro o quando il piccolo di casa fa il suo sonnellino pomeridiano, cerco di ritagliarmi del tempo libero scegliendo tra le seguenti opzioni: un'ora sul campo da tennis, una camminata nel verde, venti minuti di Reiki o una pila di riviste di arredamento da sfogliare in solitudine.