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5 Febbraio 2020
12:00

Discarica, il nemico numero uno dell’economia circolare

Dentro ci dovrebbero finire solo i rifiuti non riciclabili e non avviabili a recupero energetico attraverso i termovalorizzatori. Il punto è che, se non rispettano alcune regole ben precise, le discariche possono diventare una rilevante fonte di inquinamento ambientale e in Italia sono ancora troppe.

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Discarica, il nemico numero uno dell’economia circolare
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Se il riciclo è il paradiso, la discarica è l'inferno. Lo smaltimento dei rifiuti in discarica è il simbolo stesso dell'usa e getta, dell'economia lineare, e va ridotto il più possibile. L'Unione Europea si è infatti posta come obiettivo da raggiungere di abbassare la soglia per lo smaltimento dei rifiuti urbani in discarica al 10%. Prima di parlare dell'attuale situazione in Italia e delle reali possibilità di arrivare a un simile traguardo, bisogna fare una premessa.

Non tutte le discariche sono uguali. Una prima distinzione da fare è tra quelle a norma e quelle abusive. Ovviamente le seconde pongono delle problematiche più gravi dal punto di vista dell'inquinamento ambientale. Per esempio, capita che montagne di plastica accatastate in discariche improvvisate vengano smaltite attraverso la combustione, ossia vengano date alle fiamme, rilasciando così diossina e altre sostanze tossiche (pensa anche alla cosiddetta "terra dei fuochi" in Campania o ai roghi di rifiuti nel Nord Italia).

Una discarica regolamentare è progettata per impedire il più possibile ogni tipo di inquinamento dell'aria, del suolo e delle acque (superficiali e sotterranee) e per farlo deve seguire una serie di norme. Si dovrebbe, in pratica, dotare di barriere di impermeabilizzazione, di sistemi di drenaggio del percolato e di pozzi di captazione del biogas, rilasciato in grande quantità a causa del processo di decomposizione della sostanza organica contenuta nei rifiuti. La normativa italiana, con il decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36 che recepisce la direttiva europea 1999/31/CE, prevede tre tipi di discariche:

  • discarica per rifiuti pericolosi, secondo quanto previsto dal regolamento Ue n. 1357 del 2014 (come per esempio scarti industriali provenienti dal settore chimico, solventi, rifiuti tossici o esplosivi e via dicendo);
  • discarica per rifiuti non pericolosi (quelli che non rientrano nella categoria precedente);
  • discarica per rifiuti inerti (ossia i rifiuti solidi che non subiscono alcuna trasformazione fisica, chimica o biologica significativa, come per esempio quelli derivanti dalle demolizioni).
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Le discariche, irregolari e non, sono sparse per tutto il pianeta, purtroppo. Alcune sono di dimensioni impressionanti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Come quella di Bantar Gebang, in Indonesia, non lontano da Giacarta, la discarica più grande al mondo secondo National Geographic. O come quella di Dandora, in Kenya, alla periferia di Nairobi, che compare nel documentario Antropocene. Per non parlare del Great Pacific Garbage Patch, cioè l'isola di rifiuti (soprattutto in plastica) più grande del pianeta che si trova in mezzo all'Oceano Pacifico: di fatto altro non è che un'enorme discarica galleggiante.

E l'Italia come è messa? Non bene. Attualmente, stando ai dati riportati dal Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2019 dell'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), le discariche operative nel nostro paese sono 127: 56 al Nord, 25 al Centro e 46 al Sud. L'obiettivo fissato dall'Unione Europea di abbassare al 10% la quota di smaltimento dei rifiuti in discarica appare lontanissimo. Oggi infatti la media nel paese si aggira intorno al 26%. Le criticità maggiori sono nelle regioni del Centro-Sud: in Molise la quota tocca il 90% in discarica, seguita da Sicilia (80%), Calabria (58%), Umbria (57%), Marche (49%) e Puglia (48%). Insomma, c'è ancora tanto lavoro da fare e, se si vuole in qualche modo migliorare la situazione, occorre far alzare subito e in maniera significativa le percentuali relative alla raccolta differenziata.

Laureato in lettere e giornalista professionista, sono nato e cresciuto a Milano. Fin da bambino ad accompagnarmi c’è (quasi) sempre stato un pianoforte. E da musicista la parola d’ordine non può che essere una: armonia. Con se stessi, con gli altri, con la natura. Sarà la giovane età, sarà che sono nato in una delle città più inquinate d’Italia, il rispetto per l’ambiente che ci circonda è diventata la stella polare che orienta le mie scelte, dalla spesa che privilegia il più possibile prodotti a filiera corta all’attenzione maniacale quando si fa la raccolta differenziata. Considero un’autentica vocazione poter condividere e trasmettere una filosofia di vita che abbia al centro la sostenibilità e la ricerca del benessere. Nel giornalismo ho trovato il mezzo ideale.