Dove un tempo si praticava la mattanza del tonno, oggi c’è una clinica che cura le tartarughe marine

A Favignana, in Sicilia, il Centro di Primo Soccorso per tartarughe marine si occupa del recupero e della riabilitazione degli animali ritrovati in condizioni di difficoltà. Le principali minacce alla salute (e alla stessa sopravvivenza) di questi rettili sono le lenze da pesca e i rifiuti di plastica che finiscono in mare.
Rubrica a cura di Federico Turrisi
31 Agosto 2019

Una tartaruga marina nuota sul pelo dell'acqua. In realtà non sta nuotando; è alla deriva, in difficoltà. Il motivo del suo malessere? Molto probabilmente ha ingerito della plastica, scambiandola per una medusa o magari piluccandola sul fondale. È come se avesse un palloncino dentro lo stomaco che le impedisce di immergersi, e quindi di andare alla ricerca di cibo. Quella appena descritta sinteticamente è una scena che si potrebbe presentare davanti ai tuoi occhi mentre stai facendo il bagno in riva al mare oppure mentre stai in barca.

"La tartaruga non mastica, ingoia per intero e non riesce a eliminare la parte che non le interessa. Ha poi degli uncini all’interno dell’esofago che garantiscono la direzione del cibo nello stomaco e sostanzialmente non le permottono di vomitare. Insomma, una volta che la plastica è entrata dalla cavità orale non esce più", ci spiega Giorgia Camporetto, 41 anni, biologa marina originaria di Agrigento. Lei è il responsabile tecnico-scientifico del Centro di Primo Soccorso per tartarughe marine dell'Area Marina Protetta Isole Egadi (l'area marina protetta più grande del Mediterraneo).

Siamo in Sicilia, a Favignana, e precisamente in un luogo fortemente simbolico: l'ex stabilimento Florio, oggi trasformato in un museo. In quest'area sorgeva una delle tonnare più grandi del Mediterraneo, qui fino al 2007 si consumava l'antico rito della mattanza, qui si uccidevano e lavoravano migliaia di tonni rossi a stagione. Adesso la camera della morte è diventata un centro di riabilitazione per tartarughe marine. In una stanza aperta al pubblico dell'ex stabilimento Florio, infatti, ci sono cinque grandi vasche dove gli animali nuotano prima di tornare liberi. "L'ambulatorio, ossia la parte operativa-veterinaria vera e propria, sta a Palazzo Florio, sempre a Favignana", aggiunge Giorgia.

Il Centro di Primo Soccorso di Favignana lavora principalmente su segnalazione e copre l'area che va da Castellammare del Golfo fino a Mazara del Vallo, rappresentando il riferimento per tutta la Sicilia occidentale. Ma il centro è riconosciuto a livello internazionale, tant'è che fa parte di un progetto europeo, TartaLife, finanziato dalla Commissione europea, per la riduzione dell’impatto delle attività di pesca sulle tartarughe. Giorgia ha iniziato a occuparsi di tartarughe marine fin dai tempi della tesi di laurea e da quel momento non ha più smesso. Insieme ad altre due persone lavora stabilmente per tutto l'anno nel centro.

"Dall’apertura, quindi dal settembre 2015, fino ad oggi abbiamo recuperato 63 animali, tutti appartenenti alla specie Caretta Caretta che è la tartaruga più comune del Mediterraneo. Circa il 64% si sono ristabiliti e sono stati liberati, il restante purtroppo è morto. Le principali responsabili dei decessi sono le lenze dei pescatori. Quando l’animale ingoia l’amo con tutta la lenza, che può essere lunga anche diversi metri, l’intestino si taglia in più punti, provocando una peritonite, e la tartaruga muore per infezione. In questi casi l’animale arriva nel nostro ambulatorio già in condizioni molto critiche; è come se ti arrivasse in pronto soccorso un uomo in coma. L’intervento chirurgico può anche andare a buon fine, ma le condizioni generali della tartaruga sono ormai compromesse."

C'è poi la plastica in mare che fa danni a non finire. Oltre a causare i problemi di galleggiamento a cui accennavamo all'inizio, può portare anche all'amputazione di una pinna. Infatti il materiale plastico, come per esempio un sacchetto, può attorcigliarsi intorno alla pinna e bloccare la circolazione sanguigna. L'arto va poi in necrosi e quando l'animale arriva al centro di recupero l'unica soluzione per garantirgli la sopravvivenza è amputare la pinna. Ciò nonostante la tartaruga solitamente riesce a riprendersi e può tornare libera dopo un periodo di riabilitazione. Infine, ci sono quei casi in cui l'animale viene urtato dallo scafo o dall'elica di un'imbarcazione e riporta quindi dei danni al carapace, ossia alla parte superiore del guscio. Una volta medicate e guarite completamente, le tartarughe possono tornare a nuotare in mare aperto.

"Di norma mettiamo una targhetta sulle pinne anteriori degli esemplari liberati: sulla targhetta c’è il nostro codice di riconoscimento, così se la tartaruga dovesse essere poi ritrovata in Grecia, per esempio, si sa che è transitata dal centro di cura delle isole Egadi. L'innovazione più recente, inoltre, è stato l'utilizzo di gps satellitari. Grazie all'aiuto di alcuni sponsor e alla collaborazione dell'Università di Pisa, che è un'eccellenza a livello italiano nel tracking satellitare delle tartarughe marine, siamo riusciti a installare i dispositivi su quattro animali. Di due abbiamo perso il segnale, mentre i movimenti degli altri due sono ancora monitorati."

Le tartarughe, come hai capito, sono animali estremamente fragili e anche per questo motivo sono diventati quasi un simbolo dei danni che l'attività umana sta facendo all'ambiente marino. Sensibilizzare quindi sul tema, facendo vedere con i propri occhi e toccare con mano le conseguenze che possono avere i nostri comportamenti, diventa uno degli scopi principali del centro.

"Abbiamo dei barattoli dove sono contenuti tutti gli oggetti che le tartarughe hanno defecato: parliamo di bastoncini dei lecca lecca, cotton fioc, involucri delle merendine. C'è veramente di tutto. Quando mostri ciò ai visitatori del centro (adulti e bambini) e racconti le disavventure di questi animali, ti osservano sempre con gli occhi sgranati. Allora capisci che con questo lavoro si riesce a veicolare il messaggio in maniera efficace e a lasciare il segno."

Rendere più consapevoli le persone è già di per sé un contributo importante. Ma il lavoro di Giorgia e dei suoi compagni di squadra ha anche un peso per la ricerca scientifica, e soprattutto è in grado di regalare grandi emozioni.

"Salvare la singola tartaruga non porta certo alla conservazione della specie; però con la nostra attività aiutiamo a raccogliere maggiori informazioni che poi, in sostanza, servono a raggiungere proprio questo obiettivo, cioè la conservazione della specie in toto. E poi, ogni volta, vederle andare via e tornare libere è sempre un'enorme soddisfazione."

Fonte foto| Centro di Primo Soccorso per tartarughe marine AMP Isole Egadi

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Laureato in lettere e giornalista professionista, sono nato e cresciuto a Milano. Fin da bambino ad accompagnarmi c’è (quasi) sempre stato un altro…