Equoevento, l’associazione che recupera il cibo avanzato e lo dona alle persone in difficoltà

Combattere lo spreco alimentare e allo stesso tempo aiutare le persone bisognose. Quattro giovani romani hanno dato vita cinque anni fa a una realtà che recupera le eccedenze alimentari di matrimoni, convegni e altri eventi simili per donarle a enti caritatevoli che poi le redistribuiscono. Uno splendido esempio di economia circolare.
Rubrica a cura di Federico Turrisi
28 Settembre 2019

Feste, matrimoni, convegni sono spesso accompagnati da sontuosi buffet. Ed è sempre un piacere partecipare a simili eventi ed essere circondati da piatti di ogni sorta, senza contare che molto spesso tutte quelle prelibatezze sono a nostra disposizione, gratuitamente. Eppure, una volta che tutti i partecipanti se ne sono andati, sui tavoli rimane sempre una grande quantità di cibo che sarebbe ancora buono e pronto al consumo. Il destino che lo attende? Molto spesso è il bidone dell'immondizia.

I dati sullo spreco alimentare in Italia fanno piangere il cuore. Si calcola che ogni anno vengono gettate nella spazzatura 220 mila tonnellate di cibo e questo enorme spreco ci costa più di 15 miliardi di euro. Certo, la parte del leone la fa lo spreco di cibo domestico. Ma anche vedere tutto il cibo avanzato dai grandi buffet finire nella spazzatura è veramente qualcosa di doloroso. Una scena a cui nessuno vorrebbe assistere. Soprattutto se si pensa che sono centinaia di migliaia le persone, tra cui moltissimi bambini, costrette a patire la fame in Italia.

Sono partiti da questa constatazione e dalla volontà di cambiare una pratica ormai divenuta abituale tra i catering, che erano convinti di non poter riutilizzare le eccedenze alimentari, quattro giovani amici romani: Giulia Proietti, che di mestiere fa il notaio, Francesco Colicci, avvocato, Giovanni Spatola, professione web designer, e Carlo de Sanctis, che è un architetto. Sono loro i fondatori di Equoevento, l'associazione senza scopo di lucro che si propone di recuperare il cibo che altrimenti verrebbe buttato al termine di eventi come appunto matrimoni, inaugurazioni, meeting e via dicendo. Cibo che poi viene consegnato ad altre Onlus che si occupano di redistribuirlo alle persone in difficoltà economica.

Dalla sua nascita, all'inizio del 2014, ad oggi Equoevento è cresciuto tantissimo. A tal punto che sono gli organizzatori degli eventi a contattare direttamente l'associazione per mettersi d'accordo sul ritiro del cibo avanzato. Con più di 40 volontari attivi sul territorio, collabora stabilmente a Roma con una trentina di mense caritatevoli, tra cui quella della Comunità di Sant'Egidio, e ha aperto altre sedi a Milano, Torino e Lecce, e perfino due sedi internazionali a Parigi e Madrid. Ma in che cosa consiste esattamente l'attività di Equoevento?

"La procedura è assolutamente snella e semplice" – spiega Claudia Ciorciolini, responsabile dell'associazione – "Equoevento si reca nel luogo dell’evento all’orario concordato con il catering, i volontari provvedono al confezionamento delle eccedenze alimentari in apposite vaschette usa e getta e al loro trasporto immediato a favore di una mensa, una casa famiglia o altra organizzazione di beneficienza. La nostra idea ha trovato un largo consenso da parte delle strutture coinvolte nell’organizzazione di eventi. In quattro anni di attività abbiamo partecipato a circa 500 eventi in Italia e in Europa, recuperando 200 mila pasti. Grazie alla nostra esperienza, abbiamo fatto una stima: un evento con circa 200 partecipanti produce abbastanza cibo in eccesso da nutrire almeno altre 50 persone. Lo stesso cibo in eccesso, se diventa rifiuto produce 60 chilogrammi di spazzatura e 1,14 tonnellate di Co2."

Insomma, il circolo virtuoso che è in grado di attivare una realtà come Equoevento conviene davvero a tutti, all'ambiente e alla comunità. Se ne sono accorti anche i nostri politici. Un importante passo in avanti è stato fatto nel 2016 con l'approvazione e la successiva entrata in vigore della legge n.166/16, meglio nota come "legge Gadda", che semplifica il processo di donazione e di redistribuzione delle eccedenze alimentari.

"Un'eccellenza della legislazione italiana che di certo ha risvegliato l'interesse sul tema dello spreco alimentare. In generale, abbiamo riscontrato che, nel momento in cui i responsabili dei catering e delle varie attività commerciali vengono a conoscenza del fatto che un’alternativa a buttare il cibo esiste, sicuramente preferiscono sapere che il frutto del loro lavoro verrà riutilizzato per un nobile scopo invece di trasformarsi in un rifiuto."

Equoevento, inoltre, si è reso protagonista di un progetto innovativo di economia circolare. Nel 2017, con il birrificio “Vale la Pena”, gestito dalla Onlus “Semi di libertà” che si occupa del reinserimento sociale di detenuti per reati minori del carcere di Rebibbia (a Roma) ha creato la birra RecuperAle fatta con il pane in eccedenza. Una birra che recupera il cibo e le persone allo stesso tempo. Già, la lotta allo spreco alimentare ha un altissimo valore sociale, e non solo per i costi economici e ambientali di cui parlavamo prima. È una questione culturale, e per questo dovrebbe entrare a far parte del Dna di ogni persona che si vuole definire responsabile. Lo sanno bene dalle parti di Equoevento.

"Limitare la produzione di cibo è utopia, e non risolve certo il problema dello spreco alimentare; basta tenere conto della vastità e della frammentazione del mercato, e anche della richiesta molto variegata da parte dei consumatori. Consci dell’importanza della sensibilizzazione delle nuove generazioni, siamo impegnati anche nelle scuole ed esponiamo il nostro esempio come case study sullo spreco alimentare e sull’economia circolare nei licei e nelle università. Il nostro augurio? Quello di aiutare a formare cittadini-consumatori più consapevoli delle loro scelte. È importante spiegare che anche mangiare può diventare un gesto ecologico e politico, se scegliamo un’alimentazione sostenibile".

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Laureato in lettere e giornalista professionista, sono nato e cresciuto a Milano. Fin da bambino ad accompagnarmi c’è (quasi) sempre stato un altro…