Inceneritori, quanti sono in Italia e perché non possiamo farne ancora a meno

Nel nostro paese sono in funzionamento una quarantina di impianti, concentrati per lo più al Nord. Sono molto spesso contestati perché hanno un notevole impatto ambientale e paesaggistico, oltre a preoccupare per il rilascio di sostanze potenzialmente nocive per la salute. Eppure, l’alternativa (in questo momento) sarebbe riempire il territorio di discariche.
Rubrica a cura di Federico Turrisi
26 febbraio 2020

Tutti vorremmo che la percentuale di raccolta differenziata fosse al 100%, ma purtroppo non è così. Pensa che la regione italiana più virtuosa, il Veneto, arriva al 73,8%; la media in Italia si attesta al 58,1% (dati Ispra). Insomma, se vogliamo realizzare un modello di economia circolare davvero efficiente, dobbiamo ancora lavorare, e anche parecchio. Solo quando verrà raggiunto questo obiettivo – e chissà quando e se lo raggiungeremo – potremo permetterci il lusso di spegnere gli inceneritori (o termovalorizzatori) presenti sul territorio. Devi sapere che anche paesi considerati dei veri e propri modelli nella gestione dei rifiuti, come Danimarca e Svezia, fanno ampiamente ricorso alla termovalorizzazione (rispettivamente per il 53% e per il 51%), e nelle discariche di questi due paesi finisce meno dell'1% dei rifiuti.

Ma che cosa s'intende per incenerimento dei rifiuti? In estrema sintesi, si tratta di eliminarli fisicamente, bruciandoli e ricavando energia elettrica con il calore prodotto dalla loro combustione. Non a caso, avrai sentito anche parlare di "recupero energetico". Ecco, significa che finiscono all'inceneritore. Per i rifiuti indifferenziati, il secco per intendersi, è la strada principale quella dell'incenerimento. Lo stesso vale per i residui del processo di riciclo dei vari materiali e altri elementi non più riciclabili.

In Italia gli impianti di termovalorizzazione attivi sono complessivamente 41, di cui 26 si trovano al Nord, che da questo punto di vista è autosufficiente e anzi "importa" spazzatura dal Centro-Sud. Il vero nodo riguarda la loro presenza sul territorio. Gli inceneritori sono un argomento particolarmente divisivo, perché nessuno vorrebbe aprire la finestra e ritrovarsi davanti un enorme impianto che brucia rifiuti, rilasciando cattivi odori e sostanze inquinanti potenzialmente dannose per la salute (anche se va detto che oggi la tecnologia permette di mantenere il rilascio di diossina nell’aria al di sotto dei limiti fissati dalla legge).

Stiamo parlando del cosiddetto effetto Nimby, acronimo di Not In My Back Yard (ossia "non nel mio cortile", in inglese). Con questa espressione si indicano le proteste dei cittadini che si oppongono a opere di interesse pubblico sul proprio territorio, per la preoccupazione dei loro effetti negativi sull'ambiente e sulla salute. E ovviamente la politica non manca di cavalcare malumori di questo genere. Finché la nostra società produrrà tonnellate e tonnellate di rifiuti bisognerà però trovare loro una qualche collocazione, diciamo così. L'incenerimento rischia allora di rivelarsi il male minore, visto che l'alternativa sarebbe sotterrarli in qualche discarica. I paesi del Nord Europa hanno scelto la prima via, quelli del Mediterraneo e dell'Est Europa la seconda. L'Italia è un po' a metà strada.

Che cosa puoi fare, dunque? Innanzitutto, riduci il volume dei rifiuti che produci, evitando gli imballaggi inutili e gli articoli usa e getta. A prescindere dal dibattito inceneritore sì o inceneritore no, il lavoro più importante da fare è sulle nostre abitudini. Perché niente più dei comportamenti di noi consumatori è in grado di influenzare il mercato, spingendo le aziende a limitare ogni forma superflua di packaging.

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Laureato in lettere e giornalista professionista, sono nato e cresciuto a Milano. Fin da bambino ad accompagnarmi c’è (quasi) sempre stato un altro…