#KuToo, il movimento giapponese contro i tacchi in ufficio

Quante volte hai desiderato di tornare a casa il prima possibile per toglierti i tacchi dopo una lunga giornata in ufficio? Quante volte avresti pagato pur di avere un paio di ballerine di scorta nella borsa? Consolati, non sei l’unica donna ad esserci passata. Tra le tante, Yumi Ishikawa ha dato il via a un vero e proprio movimento contro i tacchi. E c’è una petizione che puoi firmare.
Gaia Cortese 5 agosto 2019

C’è un motivo per cui Tess McGill, interpretata da una bravissima Melanie Griffuth nel film "Una donna in carriera", andava in ufficio indossando un paio di Reebok bianche, ritardando il più possibile il momento di indossare dei tacchi in ufficio. Perché indossare delle scarpe con tacchi alti per oltre otto ore al giorno è un vero supplizio, soprattutto se sei costretta a rimanere tanto in piedi. Così, lo sfogo su tweet di un'ex modella giapponese, Yumi Ishikawa, ha avuto (tra le donne) un tale riscontro, che ne è nato un vero e proprio movimento contro l’obbligo di indossare i tacchi in ufficio: #KuToo.

Probabilmente lo scorso febbraio Yumi Ishikawa pensava di dare semplicemente voce ad una personale lamentela che faceva seguito alla richiesta del suo datore di lavoro di indossare un tacco da 5 cm per un part-time come receptionist. Di certo, mai si sarebbe aspettata di avere oltre 30 mila retweet del suo sfogo personale. Da lì è nato l'hashtag #KuToo. Un nome che ha origine da un gioco di parole: il termine "kutsu" in giapponese può significare sia "scarpa" sia "dolore", e non manca poi il richiamo al più famoso #MeToo delle attiviste americane (nato da un tweet di Alyssa Milano lo scorso 15 ottobre 2017).

Inevitabilmente, il movimento si è poi spostato rapidamente dalla Rete al mondo reale. La Ishikawa ha lanciato la sua petizione su Change.org, raccogliendo ad oggi oltre 30mila firme. L'ha poi consegnata al Ministero di Salute, Lavoro e Welfare giapponese per chiedere l’introduzione di una legge che vieti ai datori di lavoro la possibilità di imporsi sulle donne costringendole a indossare tacchi alti, come forma di discriminazione e molestia sessuale. La petizione, tra l'altro, cita anche come forma di discriminazione a danno delle lavoratrici anche il “Cool Biz”, un provvedimento del governo del 2005 che permette ai colleghi uomini di non indossare giacca e cravatta per poter risparmiare sulla climatizzazione degli uffici.

A due giorni dalla richiesta, non è mancata la risposta, all'apparenza irremovibile, del Ministero: "Indossare scarpe con tacchi alti è necessario e appropriato" avrebbe risposto il ministro Takumi Nemoto. Termine della discussione? Non proprio. Le firme alla petizione della Ishikawa non si fermano e lei non sembra proprio gradire l'idea di indossare i tacchi.