Bioplastica: tutti ne parlano, ma quanto viene utilizzata e dove si butta?

Per molti è il materiale del futuro perché possiede le stesse proprietà della plastica ma in compenso è compostabile e si biodegrada in tempi molto più brevi. Nella raccolta differenziata tutti i prodotti realizzati con bioplastiche e che risultano conformi alla normativa europea EN 13432 vanno buttati nell’umido.
Rubrica a cura di Federico Turrisi
22 Gennaio 2020

Succo di cactus, carciofi, amido di mais e fecola di patate. Sono solo alcuni degli elementi che troviamo in natura da cui potremmo in futuro ricavare la bioplastica. Le ricerche tecnologiche in questo settore proseguono senza sosta e promettono di raggiungere risultati assai interessanti. Anzi, per certi versi li hanno già raggiunti, come nel caso dell'acido polilattico (conosciuto anche come PLA), la bioplastica attualmente più richiesta al mondo, di cui ti avevamo parlato un po' di tempo fa.

Negli ultimi settant'anni la plastica si è imposta sul mercato degli imballaggi per le sue indubbie qualità: leggera, resistente e soprattutto economica. Ci sono due ma, di un certo peso: la plastica è ottenuta dal petrolio, una risorsa non rinnovabile e particolarmente inquinante, e per di più impiega anche secoli per biodegradarsi. Per questo motivo, come sicuramente saprai, i rifiuti in plastica dispersi nell'ambiente stanno rovinando interi ecosisitemi marini in tutto il mondo. La bioplastica si propone dunque come un'alternativa ecosostenibile: stessi vantaggi della plastica, ma rispettando l'ambiente. La puoi trovare al supermercato: esempio su tutti, il sacchetto in cui riponi la frutta e la verdura sfuse. Alcune aziende la usano poi come imballaggio per i loro prodotti alimentari (pasta, snack e quant'altro), come involucro delle capsule per il caffè, come sostituto delle stoviglie in plastica monouso o anche come materiale per rivestire le riviste, al posto del cellophane.

In Italia il settore delle bioplastiche è in espansione: secondo uno studio commissionato da Assobioplastiche ed effettuato da Plastic Consult, società indipendente che svolge analisi di mercato nel settore delle materie plastiche, nel 2018 in Italia l'industria delle plastiche biodegradabili e compostabili contava 252 aziende, con 2.550 addetti dedicati per 88.500 tonnellate di manufatti compostabili prodotti sul territorio nazionale, e con un fatturato complessivo di 685 milioni di euro (in crescita del 26% rispetto al 2017).

È presumibile che in futuro, anche alla luce della direttiva europea che bandisce alcuni articoli in plastica monouso e che dovrà essere recepita dai paesi membri dell'Ue (inclusa l'Italia), dovrai gestire a casa tua sempre più materiale bioplastico. Ma sai in quale bidone della raccolta differenziata bisogna buttarlo? Per esempio i sacchetti sottili che usi per la raccolta dei rifiuti organici, ossia dell'umido, vanno nel bidone marrone per essere poi trasformati in compost. Così vale per piatti, bicchieri e bottiglie e tutti gli altri prodotti in bioplastica. Basta che siano conformi alla norma EN 13432. Si tratta della normativa armonizzata europea che stabilisce le seguenti caratteristiche per cui un materiale può definirsi compostabile o biodegradabile, e quindi recuperabile nei processi industriali di compostaggio e di digestione anaerobica:

  • deve disintegrarsi a contatto con materiali organici in un periodo di 3 mesi, in maniera tale che il 90% della massa del materiale sia passante al vaglio a 2 millimetri;
  • deve biodegradarsi sotto l’azione di microorganismi, convertendo il 90% dei materiali in 6 mesi in anidride carbonica;
  • non deve produrre effetti negativi sul processo di compostaggio, né su piante o animali (test germinazione, test tossicità);
  • deve avere limitatissime concentrazioni di metalli pesanti;
  • i valori di pH, il contenuto salino, la concentrazione di solidi volatili, azoto, fosforo, magnesio e potassio devono rientrare in parametri stabiliti.
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Laureato in lettere e giornalista professionista, sono nato e cresciuto a Milano. Fin da bambino ad accompagnarmi c’è (quasi) sempre stato un altro…