I fiumi: corridoi preferenziali per la plastica negli oceani

Sembra che il 90% della plastica presente negli oceani vi arrivi direttamente attraverso soli dieci fiumi, individuati come i più inquinati al mondo. Questi pochi corsi d’acqua riescono a trasportare milioni e milioni di tonnellate di plastica, raccogliendole lungo il loro percorso e riversandole nei mari. Per questo, potrebbe essere una buona strategia intercettare i rifiuti trasportati direttamente nei fiumi, senza permettere loro di disperdersi negli oceani.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
3 maggio 2019

Della plastica negli oceani te ne ho già parlato in lungo e in largo. 8 milioni di tonnellate ogni anno, 63.000 frammenti di microplastiche per km quadrato di acqua, un’isola di plastica che galleggia nel bel mezzo dell’oceano Pacifico. Oggi, per la rubrica Un mondo di plastica, vorrei soffermarmi su come ci arriva, tutta quella plastica nei nostri mari. Perché devi sapere che non c’è nessuno che ogni giorno si occupa di trasportare tutti quei rifiuti fino al ciglio di una scogliera per poi scaricarli direttamente tra le onde. O meglio, sicuramente qualcuno che lo fa c’è, ma non si tratta del percorso che compie la maggior parte della plastica che arriva in mare.

Infatti, non tutti sanno che il 90% della plastica che si trova in mare ci arriva perché trasportata da soli 10 corsi d’acqua, di cui otto si trovano in Asia e due in Africa. Si tratta dei fiumi Yangtze, Nilo, Gange, Indo, Fiume Giallo, Hai he, il fiume delle Perle, Amur, Niger e Mekong. Solo dieci fiumi che portano con sé quasi tutta la plastica che sta distruggendo gli ecosistemi marini. E non serve guardare ai più inquinati per rendersi conto della situazione. È sufficiente fare un giro lungo le sponde del nostro fiume Po per renderci facilmente conto di quanta plastica finisce tra le sue acque per poi riversarsi tranquillamente nell’Adriatico. I periodi di secca ce lo mostrano molto bene, quando al ritiro delle acque emergono bottiglie, vecchi elettrodomestici e addirittura boiler.

I rifiuti urbani (e non) vengono quindi continuamente abbandonati lungo (o dentro) i fiumi che li trasportano fino al mare dove si disperdono rendendo il recupero ancora più complicato. E questa situazione non può che far sorgere una questione importante. Quanti rifiuti potremmo evitare di far finire in mare se solo riuscissimo a intercettarli prima che arrivino al delta?

Diverse idee, in questo senso, sono già state avanzate. È il caso di SEADS, la start up italiana che vuole installare delle barriere nei fiumi per raccogliere la plastica che vi galleggia e introdurre dei centri di smistamento proprio sugli argini, in prossimità delle barriere stesse, generando anche posti di lavoro e profitto. Ma anche del progetto Po d’AMare, che sempre grazie all’uso di barriere ha raccolto oltre 500 kg di plastica in pochi mesi. O ancora, The Great Bubble Barrier, un progetto tutto olandese che, attraverso barriere fatte di bolle d’aria emesse da alcuni tubi posizionati sul fondo del letto del fiume, riescono a fermare un’enorme quantità di plastica.

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…