I “No” che aiutano l’ambiente: i luoghi che hanno vietato la plastica (o almeno ci hanno provato)

Del problema dell’inquinamento da plastica ce ne siamo accorti tutti troppo tardi. Le nostre istituzioni, in particolare, si sono rese contro solo da qualche anno del fatto che, per frenare la pioggia di polietilene di cui siamo vittime, era necessario adottare misure stringenti e restrittive.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
12 aprile 2019

Personalmente non ricordo il momento esatto in cui ho iniziato a capire che i rifiuti stavano conquistando un po’ troppo spazio nelle nostre vite. Ricordo però quando in casa mia sono iniziati ad apparire tanti bidoni dell’immondizia diversi e i miei genitori iniziavano a parlare di “raccolta differenziata” vetro-col-vetro, plastica-con-plastica e no-quello-va-nel-sacco-blu. Piano piano ogni scarto ha iniziato ad avere un suo posto, i sacchi si portavano giù meno di frequente e alla televisione guardavamo stupidi le immagini dei primi maglioni pile nati dalle bottiglie da un litro di Coca-cola. Ricordo che ero piccola. Ricordo che tutti ripetevamo a macchinetta la frase del chimico Antoine Lavoisier stampata sulla prima pagina del libro di scienze alle elementari, “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, ma ancora nessuno capiva il reale concetto che stava alla base di quell’assunto così immediato, così apparentemente logico, che lasciava presupporre che ogni cosa prodotta sulla Terra fosse creata da un’altra cosa già esistente e, alla fine della sua vita, diventasse qualcos’altro ancora, rimescolandosi con la vita del Pianeta.

Tutti pensavamo che il Pianeta avrebbe compiuto questo ciclo spontaneamente. Purtroppo non è stato così. Perché molti oggetti che l’uomo ha costruito negli ultimi decenni li ha realizzati principalmente affinché il loro ritorno alla Terra fosse difficile, se non impossibile. Sto parlando, ad esempio, di tutti gli oggetti in plastica. La raccolta differenziata, infatti, non ha rappresentato una misura sufficiente per riuscire ad arginare la quantità rifiuti prodotti da un materiale estremamente contraddittorio: sì perché la plastica è stata creata per non distruggersi mai, ma allo stresso tempo è utilizzata nella realizzazione della maggior parte degli oggetti monouso. Così, monouso dopo monouso questi oggetti hanno iniziato ad accumularsi e crescere, crescere e crescere riversandosi fuori dai nostri bidoni, e poi fuori dai cassonetti, e poi sulle nostre strade, e poi dentro ai nostri fiumi, fino a disperdersi nei nostri mari.

Decenni dopo, quando ormai l’ondata di plastica era diventata inarrestabile, hanno iniziato a circolare le prime immagini sconvolgenti, e quindi le prime vere informazioni. Quella che ha scioccato me, me la ricordo ancora. Una tartaruga marina su uno scoglio, con il guscio malformato perché incastratosi negli anelli di plastica delle lattine di birra. Immagine dopo immagine, parola dopo parola, informazione dopo informazione, a un certo punto all’improvviso qualcuno si è accordo che qualcosa forse doveva cambiare. Con calma. È iniziata la corsa al riciclo, all’economia circolare, alle raccolte selvagge sulle spiagge, alle isole ecologiche, ma ormai era troppo tardi. Per questo stiamo iniziando a renderci conto che l’unica via di salvezza dalla plastica è dimenticarcela.

Un passo fondamentale e concreto, anche se da molti considerato non ancora sufficiente, è quello dell’Unione europea, che ha deciso di vietare a partire da gennaio 2019 la produzione e commercializzazione dei cotton fioc in plastica, dal 2020 le microplastiche nei cosmetici e arrivare a bandire definitivamente, a partire dal 2021, tutti i dieci oggetti di plastica monouso che più di frequente si trovano sulle nostre spiagge. Sulla spinta di questa direttiva comunitaria, anche l’Italia ha deciso di darsi una mossa, a livello nazionale ma anche e soprattutto locale. Il ministro dell’Ambiente, infatti, ha lanciato la scorsa estate (2018) la sfida “Plastic free Challenge” a tutti i Comuni dello stivale, spingendoli a bandire dal loro territorio la plastica monouso in favore di materiali biodegradabili e compostabili. La sfida è stata accolta da tantissime realtà e le ordinanze non smettono di essere firmate soprattutto in vista della stagione turistica. Ma non è solo l’Europa ad aver capito che, così, non si può andare avanti. Questi piccoli passi ecologisti hanno coinvolto anche grandi metropoli come New York, che ha vietato l’uso di contenitori per fast food in polietilene espanso o Boston.

Naturalmente la spinta al cambiamento non deve venire solo dalle pubbliche amministrazioni. Tutti noi, nel nostro piccolo dobbiamo fare qualcosa, assumerci una responsabilità ambientale che abbiamo sempre percepito come decisamente troppo lontana da noi. Eppure, le leggi hanno proprio il compito di indirizzare i cittadini nell’adottare comportamenti corretti, e queste norme sono arrivate anche troppo tardi, legittimando finalmente anche le scelte di vita di chi ha deciso di eliminare definitivamente la plastica dalla propria personale quotidianità. Ma di questo parleremo un’altra volta.

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…