Pesca sostenibile, l’esempio della tonnarella di Camogli

Custode di antiche tradizioni, la tonnarella di Camogli è attualmente l’unica rimasta in Liguria. Questa realtà ha scelto di abbracciare la fede della sostenibilità, a partire dal materiale utilizzato per le reti, e rappresenta ancora “l’anima di un territorio”, come sottolinea Giorgio Fanciulli, direttore dell’Area Marina Protetta di Portofino.
Rubrica a cura di Federico Turrisi
9 novembre 2019

La pesca intensiva sta depauperando i banchi di pesce nei mari di tutto il mondo e addirittura minacciando la stessa sopravvivenza di alcune specie animali, come il tonno. Complice la crescente domanda sul mercato, soprattutto con il boom di sushi restaurant in Italia e nel resto d'Europa, il pesce rischia di diventare una rarità. Non c'è bisogno di eliminarlo completamente dalla nostra dieta: basta fare una spesa responsabile, stando attenti alla provenienza dei prodotti che acquistiamo. Per esempio, il salmone, uno dei pesci più richiesti, è ormai quasi tutto d'allevamento, dal momento che quello selvaggio è a rischio estinzione. Il punto è che questo pesce non fa parte della tradizione mediterranea. Perché allora non privilegiare un "pescato locale", diciamo così, che impatta il meno possibile sugli ecosistemi marini?

In Italia la piccola pesca è ancora il cuore pulsante di alcune comunità. Una di queste è Camogli, pittoresco borgo della Riviera ligure di Levante. Qui è attiva l'unica tonnara rimasta in Liguria. La tonnarella di Camogli vanta una storia secolare: ci sono documenti che ne attestano l'esistenza già all'inizio del Seicento. La cooperativa dei pescatori che la anima è invece nata in tempi più recenti, nel 1974. Due anni fa era sull'orlo del fallimento.

"Del resto, la pesca non è una attività che dà garanzie e non è sufficientemente tutelata. Non mancano le pratiche illegali e il mercato nero penalizza chi invece rispetta le regole. Insomma, non è facile fare il pescatore e i giovani che scelgono questa strada sono sempre meno". A parlare è Giorgio Fanciulli, 65 anni, dal 2005 direttore dell'Area Marina Protetta di Portofino, che ospita la tonnarella e opera in stretta connessione con la cooperativa dei pescatori di Camogli; non solo in termini di valorizzazione di un patrimonio culturale, ma anche per quanto riguarda lo studio della fauna marina attraverso il diario della catture.

Adesso però dovrebbe prospettarsi una fase di rilancio, sfruttando soprattutto il fatto che la tonnarella di Camogli è stata riconosciuta presidio Slow Food. La cooperativa pensa di aumentare gli introiti anche grazie all'attività di trasformazione del pesce. "In passato la cooperativa dei pescatori ragionava in questa maniera: «mettiamoci insieme, così siamo più forti nel momento in cui dobbiamo trattare con i commercianti sul mercato ittico all'ingrosso»; adesso la nuova cooperativa ragiona come una vera e propria impresa. E il marchio presidio Slow Food rappresenta senza dubbio un valore aggiunto".

Nella tonnarella di Camogli la sostenibilità è un valore imprescindibile. Tutte le reti, fatta eccezione per l'ultimo tratto (la cosiddetta "camera della morte") che dev'essere più resistente e quindi è fatto in nylon, sono realizzate in fibra di cocco. La cooperativa si fa spedire ogni anno le balle dall'India, dopo di che il materiale viene lavorato a mano, seguendo una metodologia antica che i pescatori si trasmettono oralmente di generazione in generazione. Le reti vengono poi calate dai primi di aprile fino a metà settembre. Una volta finita la stagione, le reti vegetali in cocco si biodegradano sul fondale. "Se l’estate è stata particolarmente calda, la fibra si degenera più velocemente con l’aumento della proliferazione batterica. Di conseguenza la stagione di pesca termina prima, comunque solitamente a settembre", spiega Fanciulli.

Oltre ad essere un materiale più sostenibile rispetto alla plastica, la fibra di cocco offre un altro vantaggio: sulle reti infatti si formano colonie di alghe e di microrganismi (quello che tecnicamente viene definito fouling) che attirano gli animali. Ma la sostenibilità è determinata anche da un altro elemento, ossia dalle maglie della rete più larghe. I lati dei quadrati delle reti utilizzate nella tonnarella non sono mai inferiori ai 15 centimetri: questo permette di far passare tranquillamente il pesce sotto taglia e di catturare solo il pesce adulto. "Pesca sostenibile significa anche usare attrezzi selettivi che permettano di catturare solo gli animali che si sono riprodotti almeno una volta nella loro vita. Mi piace pensare che il merito sia anche della collaborazione ormai ventennale tra la tonnarella di Camogli e l’area marina protetta di Portofino".

E che cosa si pesca nella tonnarella? A dispetto di quello che si potrebbe pensare, nella lista non c'è il tonno. "Quella di Camogli è tra le sei tonnare che possono fare richiesta al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali per godere di una piccola quota tonno. Questa richiesta finora non è mai stata fatta, perché la nostra non è una zona di passaggio di tonni. Durante i mesi di settembre e di ottobre transitano i piccoli tonni da mezzo chilo, che però non sono ovviamente catturabili per legge". Le varietà di pesce catturato sono altre: si va dai sugarelli agli sgombri, dalle orate alle ricciole. Da un paio d'anni a Camogli si pescano inoltre grandi quantità di tonnetto alletterato. "Mediamente quello che viene pescato si aggira intorno ai 10 chili (carne molto buona che rende benissimo se viene messa sott’olio, mantiene una bella consistenza): l’anno scorso 25 tonnellate circa in tutta la stagione, quest’anno circa la metà un 12 tonnellate. Fino a dieci anni fa questa specie non si vedeva proprio nei nostri mari. Abbiamo buoni motivi per pensare che in questo abbia influito il cambiamento climatico con il riscaldamento delle acque".

Insomma, la tonnarella di Camogli è davvero un fiore all'occhiello della pesca italiana. Eppure, come abbiamo detto all'inizio, deve farsi largo in un mercato che non valorizza adeguatamente il prodotto e dove non sempre regna la trasparenza. La pesca tradizionale a Camogli non va considerata un ambito di secondo piano e va dunque salvaguardata come se fosse un sito archeologico, perché contribuisce a definire l'identità di una comunità intera. Che cosa sarebbe Parma senza il suo prosciutto? Che cosa sarebbe Napoli senza la pizza?

"Dobbiamo mantenere viva questa attività che caratterizza Camogli. Non è solo un borgo che vive di turismo, la sua essenza è soprattutto nella pesca. Anche Camogli è colpita dal fenomeno dello spopolamento dei piccoli centri, ma sente ancora questo orgoglio della propria attività marina. Se tutto ciò si perdesse, si perderebbe l’anima di un territorio".

Credits photo: Cristian Umili – L’Immagine Art & Photo Studio (immagine di copertina) e Valentina Cappanera – Archivio AMP Portofino

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Laureato in lettere e giornalista professionista, sono nato e cresciuto a Milano. Fin da bambino ad accompagnarmi c’è (quasi) sempre stato un altro…