La forza di un sorriso. Clownterapia, la persona dietro il naso rosso

Le Note del Sorriso sono un’associazione di clownterapia con l’obiettivo di far nascere un sorriso in un momento di sofferenza. Ma chi c’è dietro il naso rosso?
Beatrice Barra 1 Maggio 2022

Decine di nasi rossi, camici colorati, bolle di sapone e libertà: di ridere a crepapelle, o di "farsi attraversare dalle lacrime". Sono questi gli ingredienti principali per i volontari dell'associazione Le Note del Sorriso, nata nel 2004 con l'obiettivo di portare un momento di serenità all'interno degli ospedali, delle carceri, delle scuole e delle case di cura per gli anziani.

"Persone che stavano per morire ci hanno chiesto la possibilità di fare un'ultima risata", ci racconta Chiara – in arte Bindella, presidente dell'associazione –, "con molta difficoltà siamo riusciti a regalarla, per noi questo è il massimo che possiamo dare". Il diritto alla risata, inteso come il diritto che ciascuno ha di poter evadere da un momento di difficoltà,  è il punto fondamentale della carta dei valori del gruppo. La Terapia del Sorriso è un’attività professionale che integra le cure tradizionali, aiutando le persone che stanno vivendo una malattia o un disagio a superare il trauma del ricovero o della reclusione. Devi sapere, infatti, che esiste una scienza chiamata gelotologia che si studia le potenzialità terapeutiche del buonumore e del pensiero positivo. Da molte ricerche è emerso che generare allegria nei pazienti produce effetti positivi nell'organismo. Ridere stimola le ghiande surreali  che producono cortisolo (regolatore dello stress) a rilasciare beta-endorfine (ormoni del benessere), creando un effetto calmante, ma allo stesso tempo euforizzante e antidolorifico.

Ma la domanda più grande che ti starai facendo è: come si riesce a far ridere una persona che sta soffrendo?
Non c'è una risposta giusta o sbagliata. Bindella ci ha spiegato che "Con i bambini è più facile, perché bastano i trucchi o i palloncini per conquistare la loro fiducia", mente con gli anziani è diverso, si devono trovare strategie più complesse. E, soprattutto, bisogna accettare che non si può far ridere sempre. "Tentiamo, ma sappiamo che possiamo non farcela". Bisogna essere consapevoli, infatti, che "Essere clown non vuol dire solo fare ironia. A volte significa accogliere la sofferenza e provare a trasformarla, o anche solo condividerla", dice Lenticchia. Esserci, dare speranza, creare una connessione ascoltando i bisogni del paziente e, ogni tanto, anche prendersi qualche "ciabbattata". Spogliarsi dei vestiti di tutti i giorni e ascoltare il naso rosso "che catalizza le emozioni che proviamo quando entriamo nella stanza".

A volte persona e personaggio coincidono, altre si aiutano a vicenda. Chiara, per esempio, è un architetto che ha lavorato tanto nella sua vita e, a un certo punto, ha deciso che il suo tempo poteva essere dedicato anche agli altri. Bindella è il suo alter-ego clown: è più emotiva di Chiara, che "la aiuta nei momenti di difficoltà". Sicuramente un aspetto che fa la differenza è il gruppo. Non si fa mai un "servizio" – ovvero la visita al paziente– da soli. Si deve sempre essere almeno in due o tre, per aiutarsi a vicenda quando il carico emotivo diventa eccessivo. "Come il sorriso, anche le lacrime fanno parte del clown e non si devono evitare": la differenza la fa la formazione, che i volontari fanno ogni settimana, seguiti anche da psicologi. Come avrai capito, nella clownterapia la parte arricchente e quella difficile coincidono: intrecciare la propria quotidianità con quella di altre persone. "Sapere di aver fatto evadere qualcuno dalla sua sofferenza anche solo per un attimo", però, ripaga lo sforzo.