civid-inquinamento

Covid e inquinamento: l’aria di cattiva qualità aumenta il rischio di infezione

Uno studio osservazionale condotto dal Karolinska Institutet, in Svezia, su oltre 400 uomini e donne dall’età media di circa 26 anni ha svelato che chi vive in aree con maggiori concentrazioni di particolato avrebbe il 7% di probabilità in più di contrarre l’infezione da SARS-CoV-2.
Alessandro Bai 28 Aprile 2022
* ultima modifica il 28/04/2022

Sembra esserci un legame tra l'inquinamento e il Covid-19: chi vive in zone caratterizzate da un'aria di cattiva qualità, ed è quindi esposto ogni giorno a polveri sottili o fuliggine, ha un rischio maggiore di risultare positivo al SARS-CoV-2 dopo un tampone, specialmente se in giovane età.

A suggerirlo è uno studio realizzato dai ricercatori del Karolinska Institutet, in Svezia, e pubblicato sulla rivista JAMA Open Network: i risultati al momento indicano però un'associazione tra l'aria inquinata e probabilità più alte di infettarsi, senza fare luce sulle eventuali cause.

L'ipotesi che l'inquinamento atmosferico potesse favorire una maggiore diffusione del Covid era già emersa da precedenti studi, dai quali i ricercatori svedesi sono partiti per capire in quale misura il particolato e le altre sostanze inquinanti siano in grado di influenzare le probabilità di contrarre l'infezione. In particolare, il team ha preso in considerazione 425 persone risultate positive ad un tampone PCR tra maggio 2020 e marzo 2021, con un'età media di 25,6 anni.

Avendo a disposizione l'indirizzo dei partecipanti, quasi tutti asintomatici o con sintomi molto lievi, i ricercatori hanno poi calcolato le concentrazioni quotidiane di PM10, PM2.5, il cosiddetto particolato fine, di fuliggine e ossidi di azoto nelle aree di residenza di ciascun soggetto.

Gli scienziati volevano capire nello specifico la possibile associazione tra un'eventuale infezione e l'esposizione ad un'aria inquinata nel giorno prima del tampone, nel giorno stesso del test e poi in determinati giorni di controllo successivi al test. È emerso in effetti che l'esposizione ai PM10 e PM2.5 due giorni prima del tampone positivo, e quella alla fuliggine un giorno prima del test, era associata ad un maggiore rischio di contrarre il Covid-19.

Rispetto alle aree meno inquinate, chi abita in zone con concentrazioni più alte di particolato avrebbe quindi circa il 7% di probabilità in più di testare positivo ad un tampone. Potrebbe sembrare poco, ma "dato che tutti siamo più o meno esposti alle sostanze inquinanti presenti nell'aria l'associazione potrebbe essere molto importante in termini di salute pubblica", come spiegato da Erik Melén, uno degli autori dello studio.

Il legame evidenziato, in effetti, sottolinea una volta di più quanto sia importante tutelare la qualità dell'aria delle nostre città, sempre più minacciata da aspetti come il traffico ma non solo. Come spiegato dai ricercatori, infatti, i risultati non erano influenzati da altri fattori, come l'asma, il genere, il fumo o il fatto di essere sovrappeso.

Fonte | "Association of Short-term Air Pollution Exposure With SARS-CoV-2 Infection Among Young Adults in Sweden", pubblicato su JAMA Open Network il 20 aprile 2022

Le informazioni fornite su www.ohga.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.