La tripofobia: cos’è davvero quella strana paura dei buchi

La tripofobia è la paura dei buchi. E magari qualcuno che conosci mostra abitualmente espressioni di disgusto di fronte a oggetti con una serie di fori ripetuti, come una spugna da bagno, un formaggio e così via. Proviamo allora a capire come la scienza definisca questa condizione e se possa essere risolta.
Dott.ssa Samanta Travini Dottoressa in Psicologia Clinica
9 ottobre 2020 * ultima modifica il 09/10/2020

Il termine "tripofobia" è stato coniato nel 2005 e si riferisce alla parola greca "trýpa", che significa "buco" o "perforazione" e "phóbos", cioè "paura".

L’episodio che indusse per la prima volta a parlarne risale al 2003, quando cominciò a circolare in rete la storia di una donna che, tornata da un viaggio in Sudamerica, si era scoperta infetta da una specie di larve che le avevano lasciato dei buchi permanenti su una mammella. A corredo del racconto un’immagine (artefatta, ma effettivamente piuttosto inquietante) che rappresentava un fiore di loto, con i suoi tipici baccelli simili a fori, sovrapposto a un seno femminile e che suscitava, in molti degli utenti che la guardavano, sintomi come pelle d’oca, prurito, brividi, nausea, giramenti di testa e “una generica sensazione di disagio”. Due anni più tardi fu tale Louise, una blogger irlandese – previa consultazione con gli esperti dello Oxford Word and Language Service – a coniare il termine tripofobia per descrivere il fenomeno. Complice la rete, sempre più persone cominciarono a riconoscersi nei sintomi: nacquero forum, gruppi di discussione online e una pagina Facebook. Poi, finalmente, anche la scienza cominciò a interessarsi al fenomeno.

Cos'è

La tripofobia è la paura dei buchi. Più nel dettaglio, chi soffre di questo disturbo è terrorizzato dalla visione di pattern ripetitivi, costituiti da piccoli fori ravvicinati e profondi, come quelli di un favo delle api o una spugna da bagno.

La tripofobia è il timore morboso o la repulsione provocata da qualsiasi pattern costituito da figure geometriche ravvicinate. A scatenare la paura sono soprattutto i buchi, ma possono anche essere piccoli rettangoli, cerchi convessi o altre particolari forme che si ripetono.

Nella tripofobia, l'esposizione allo stimolo fobico suscita forte disagio, ansia o disgusto, fino a provocare panico, nausea e brividi; questa sensazione può essere enfatizzata quando dai buchi fuoriesce qualcosa (come, ad esempio, un seme o un insetto).

Secondo alcuni studi scientifici, la tripofobia deriverebbe da una reazione di difesa inconscia ed istintiva, ereditata dai nostri antenati, nei confronti di pattern presenti sul corpo di alcuni animali velenosi (come i serpenti) o di cavità in natura che possono nascondere un pericolo (es. nidi degli imenotteri). Altre ricerche sostengono, invece, che la tripofobia sia correlata alla repulsione nei confronti delle malattie infettive e dei parassiti.

Nonostante sia molto diffusa, la tripofobia non è ancora riconosciuta ufficialmente come disordine psichico e, come tale, la relativa definizione non è presente nel "Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali", redatto dall'American Psychiatric Association.

Le cause

I primi studi sulla tripofobia sono stati condotti da un gruppo di scienziati dell'Università dell'Essex, coordinato da Geoff Cole e Arnold Wilkins, esperti di scienza visiva. La ricerca pubblicata sulla rivista Psychological Science sostiene che questo disturbo non dipenda da cause psichiche, ma da motivi che sembrano risalire ad un meccanismo di sopravvivenza acquisito dai nostri antenati. Questa fobia deriverebbe, in particolare, da una reazione primitiva trasmessa nel corso dell'evoluzione, quale risposta di difesa nei confronti di un potenziale pericolo. In questa reazione istintiva, una porzione del cervello segnalerebbe alle persone quelle immagini che richiamano alla mente le macchie o i buchi presenti su piante e animali velenosi, da cui l'uomo doveva difendersi in natura, come alcuni ragni e serpenti, il polpo dagli anelli blu, lo scorpione giallo e così via.

Secondo gli studiosi, dunque, all'origine della tripofobia sussisterebbe una base biologica ereditaria, che avvalora una spiegazione evolutiva: i modelli visivi che innescano i sintomi della fobia sono simili a quelli evocati da piante o animali pericolosi e potenzialmente letali, che possono nascondersi nei buchi o in piccoli anfratti.

Nel 2016 Meghan Hickey, della Scolarly Inquiry and Research alla Emory University di Atlanta, ha condotto una serie di esperimenti per comprendere se le reazioni di soggetti tripofobici avessero le caratteristiche fisiologiche di altre fobie note – le paure, in genere, sono innescate e regolate dal sistema nervoso simpatico – o se, piuttosto, avessero più a che fare con il disturbo. Un dubbio tutto sommato legittimo, dal momento che di solito chi manifesta una reazione avversa alla visione di gruppi di buchi non dice di provare una vera e propria paura, ma tende a qualificare le immagini come repellenti, dichiarando di sentirsi nauseato dalla loro visione. “Per questo motivo”, ha spiegato Hickey, “stabilire se la tripofobia rientra realmente tra le fobie o se si tratta solo di una repulsione potrebbe permettere di affinare una terapia cognitiva per il suo trattamento”. Per condurre la ricerca, Hickey si è servita della strumentazione dell’Emory Spatial Cognition Laboratory per monitorare le reazioni oculari di alcuni volontari, ai quali sono state sottoposte delle immagini simili a quelle presenti nello studio pubblicato tre anni prima da Cole e Wilkins.

Analizzando i risultati dell’esperimento, Hickey ha notato che quando le immagini presentavano minacce reali, come serpenti e ragni, le pupille dei volontari si dilatavano (un meccanismo fisico involontario associato alla paura); immagini neutrali, come quelle di scarpe o altri oggetti di uso quotidiano, non generavano alcuna risposta; immagini di buchi dalle colorazioni simili a quelle degli animali velenosi, infine, generavano un restringimento delle pupille dei volontari. Il che fa ipotizzare che effettivamente la tripofobia potrebbe essere una reazione di disgusto più che una paura stricto sensu.

Nel 2016 Arnold Wilkins, psicologo alla University of Essex, ha formulato un’altra ipotesi per spiegare la genesi e la natura della tripofobia. Tirando in ballo addirittura la matematica. Secondo Wilkins, la somiglianza delle immagini che scatenano la paura (o il disgusto, come dicevamo) con quelle di serpenti e altri animali velenosi è troppo debole per giustificare l’insorgenza di una reazione di repulsione così forte. Il vero motivo, dice lo scienziato, sarebbe invece da ricercarsi nella regolarità dei pattern che si ripetono nelle immagini incriminate: “Immagini di questo tipo”, spiega, “hanno proprietà matematiche che causano disagio, male agli occhi o mal di testa a chi le guarda. Questo accade perché il cervello non riesce a processare i pattern in modo efficiente, e quindi richiede improvvisamente più ossigeno: uno sforzo inutile che mette a disagio l’osservatore”. E gli suggerisce, inconsciamente, di distogliere lo sguardo.

Come si riconosce

I sintomi e la gravità variano da persona a persona, ma, in generale, la tripofobia si manifesta con disagio, repulsione o senso di disgusto nei confronti dei buchi. L'avversione verso fori molto ravvicinati può generare stati d'ansia e, nei casi estremi, attacchi di panico.

Nei soggetti tripofobici, la visione di oggetti forati, bolle, gruppi di buchi (come, ad esempio, l'interno del fiore di loto) è in grado di provocare anche reazioni fisiologiche, quali: brividi e pelle d'oca, sudore freddo, palpitazioni, formicolio e prurito, disturbi visivi, come affaticamento degli occhi, distorsioni o illusioni ottiche, nauseo e/o vomito, senso di svenimento o vertigini, respirazione affannosa, sensazione di "testa vuota”, bocca secca, tremori, pianto e intorpidimento.

Nei casi gravi, questi sintomi vengono attivati anche solo pensando alle immagini che scatenano la paura. In qualche paziente, poi, la tripofobia è correlata a disturbi d'ansia ed altre fobie specifiche.

La diagnosi

Pur non essendo ufficialmente riconosciuta come disordine psichico, la tripofobia si presenta come una forma di paura incondizionata tutt'altro che rara.

In ogni caso, la paura dei buchi può essere un disturbo altamente invalidante, in quanto può influenzare molteplici attività e contesti. Per questo motivo, se i sintomi limitano in modo significativo la normale vita quotidiana e sono presenti da oltre sei mesi, è consigliabile rivolgersi ad un medico.

Nonostante non siano ancora stati stabiliti dei criteri per una diagnosi clinica, la valutazione del soggetto tripofobico è fondamentale per comprendere i motivi alla base del disagio, identificandone il significato e quantificandone la portata.

Come si tratta

La tripofobia può essere può essere affrontata con diverse opzioni terapeutiche (psicoterapia, tecniche di rilassamento, farmaci ecc.), anche in combinazione tra loro.

Quest'interventi hanno l'obiettivo di indurre il paziente a razionalizzare la propria fobia, cercando di concentrarsi sulla possibilità di reagire ai pensieri ansiogeni e di affrontare le convinzioni negative associate alla paura dei buchi.

Un approccio risultato efficace nel trattamento della tripofobia è la presentazione degli stimoli fobici al paziente in condizioni controllate, fino ad ottenere una desensibilizzazione sistemica. La terapia comporta l'esposizione graduale e ripetuta nel tempo a figure, oggetti e superfici che presentano pattern geometrici, per affrontare le idee negative associate alla paura dei fori.

Per affrontare la tripofobia in modo efficace, la psicoterapia può essere praticata in associazione alle tecniche di rilassamento, quali training autogeno, esercizi di respirazione e yoga. Questi trattamenti possono contribuire a gestire l'ansia correlata alla paura dei buchi.

La terapia farmacologica viene prescritta da un medico psichiatra nei casi più gravi di tripofobia, soprattutto per controllare i sintomi di patologie associate al disturbo fobico, come la depressione e l'ansia.

Laureata in psicologia clinica dello sviluppo e neuropsicologia, ha lavorato in contesti educativi, sociali e nei servizi psicologici di base, maturando altro…